Universo che vai, linguaggio che trovi

Universo che vai, linguaggio che trovi
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Un vecchio romanzo inglese può insegnarci qualcosa sul linguaggio che cambia in base a come cambia il mondo? Facciamo un tuffo nel passato della letteratura, per fare insieme una riflessione sul futuro del linguaggio.

Nel 1884, Edwin Abbott pubblica Flatlandia, Racconto fantastico a più dimensioni. A più dimensioni nel senso fisico del termine: bidimensionale, lineare, puntiforme ed infine quello trasgressivo della tridimensionalità – e chissà, forse anche della quadrimensionalità.

In soldoni, questa è la trama: la Flatland è un universo bidimensionale, abitato da figure piane con una rigida gerarchia sociale in cui il numero di lati e il prestigio sociale sono direttamente proporzionali. Ma è anche un mondo misogino, in cui le donne sono aghi e cioè figure quasi unidimensionali, con meno lati di uno schiavo, per intenderci.

Al protagonista del racconto, tuttavia, sarà rivelata una verità che il Governo di Flatland cerca di tenere nascosta in ogni modo: una Sfera irrompe – dall’alto, si intende – nella sua abitazione, rivelando l’esistenza del mondo a tre dimensioni, la Spaceland. Gli incubi faranno il resto, mostrandogli la Lineland e l’universo puntiforme di It.

Non è della trama del libro che voglio occuparmi. Del resto, chi vuole leggerlo può trovarlo qui, in inglese. Piuttosto mi interessa il linguaggio di questi mondi. Per ogni universo che inventa, infatti, sir Abbott provvede a costruire un sistema di comunicazione diverso, con sfumature linguistiche proprie.

Vediamo per sommi capi i linguaggi di vari mondi.

Flatland

Le figure piane che popolano Flatland non possono riconoscersi a vista. Non perché non posseggano gli organi di senso necessari, ma provate voi a distinguere la forma di un esagono da quella di un triangolo o di un cerchio in un universo a due dimensioni! Ogni figura appare come una linea. Ad eccezione delle donne, che didietro e di fronte sono puntiformi e dunque pericolose per coloro che dovessero imbattervisi.

Allora, come riconoscersi a Flatland? Le donne, in primo luogo, devono segnalare la loro presenza annunciandosi e scuotendo il didietro. L’udito, come metodo di riconoscimento, è proprio delle donne e delle classi inferiori dell’universo bidimensionale. Il “linguaggio” delle donne di Flatland è ampiamente codificato nel nostro mondo reale. Non vi ricordano i lebbrosi, costretti ad annunciarsi: “Impuro! Impuro!”, agitando un campanello per non toccare? Ecco che il linguaggio, in questa nostra riflessione, svela i suoi primi legami con la società.

Salendo nella gerarchia sociale, infatti, si preferisce il più elegante “tastarsi”. In realtà, l’originale inglese vorrebbe “to feel”, con un più ampio ventaglio di valori lessicali. Abbott gioca sulla tradizione del termine. Se i gentiluomini di campagna, tradizionalisti, adottano la formula: “Posso chiederle di tastare e di lasciarsi tastare dal mio amico signor Taldeitali?”, per presentare qualcuno ad un amico, i più sbrigativi uomini di affari abbreviano in: “Posso chiederle di tastare il signor Taldeitali”. Ma ovviamente, come è avvenuto con il boom degli sms nei primi anni 2000, sono i giovani a fare maggior economia di parole: “Signor Rossi, posso tastare il signor Bianchi?”

C’era stato un tentativo storico, nell’universo bidimensionale, di comunicare in modo diverso: usando il colore. Ma pitturate, nel mondo senza prospettiva le figure delle classi subalterne potevano essere scambiate con quelle dei funzionari e dei Circoli (i sacerdoti di Flatland). Per questo, il Colore viene abolito dalla Flatlandia. Un linguaggio che rischia di abolire i vincoli che reggono una società gerarchica, cioè, non è ammissibile.

Lineland

Lineland è l’universo a una sola dimensione che si rivela in sogno al nostro protagonista: una linea retta. Su Lineland regna un Monarca. Quando il protagonista si imbatte nel monarca, vedendolo di lato e trovandolo puntiforme, lo scambia per una donna. Inoltre, se il “lato” del monarca è per il protagonista solo un lato, per il Re di Lineland è il suo “interno”. Anche nella Lineland, ci si riconosce a udito, ma solo ad udito, dal momento che è impossibile vedere. E per potersi relazionare con tutti gli abitanti della linea, gli uomini hanno due bocche, una per estremità. Sarà per questo che il Monarca è così poco incline all’ascolto?

La vera riflessione linguistica sulla Lineland riguarda l’impossibilità di comprendersi che si instaura tra il protagonista del racconto e il Monarca. Destra, sinistra, spazio, direzione, interno ed esterno… Per il Monarca sono parole vuote, prive di un referente. Segni che con stanno a indicare nulla. In definitiva, supercazzole del mostruoso straniero a due dimensioni arrivato dalla Flatlandia.

Spaceland

Vorrei dire che la Spaceland è il nostro mondo tridimensionale. La verità è che tra noi ed Abbott c’è stato Einstein, allora forse è più corretto dire che il nostro mondo somiglia più a quello quadrimensionale che il protagonista profetizzerà alla fine del romanzo.

Spaceland, comunque, è un universo a tre dimensioni. La sfera irrompe nella Flatlandia per rivelare l’esistenza di questo mondo al protagonista (da qui la trama prenderà una piega da romanzo d’avventura, ma non voglio spoilerare troppo).

Un paragrafetto racconta le difficoltà di comprensione tra la Sfera e il protagonista. Si intitola: “Sui vani tentativi dello Straniero di rivelarmi a parole i misteri della Spacelandia“, in maniera molto esplicita. Qui i ruoli si capovolgono rispetto che con il Monarca di Lineland. Il nostro eroe non riesce a star dietro alla Sfera che parla di spessore, altezza e, assurdo, di un sopra e un sotto. Ma il racconto è scritto a posteriori, allora il protagonista poco dopo ammette: “Nessun lettore della Spacelandia faticherà a capire che il mio ospite misterioso parlava la lingua della verità, anzi della semplicità. Ma per me, per quanto dotto fossi nella Matematica flatlandese, la questione non era affatto semplice”.

In realtà per convincerlo la Sfera deve passare per tutti gli step della comunicazione: dove le parole falliscono, tocca passare ai fatti. Falliti anche quelli, non resta che un modo per farsi comprendere. Far fare esperienza al nostro interlocutore.

Pointlandia

Il regno di It. Non il pagliaccio. Ma “Esso“, il “tutto”. Un regno bizzarro e che offre il fianco a una riflessione definitiva sull’incompatibilità dei punti di vista dei mondi diversi. Vale la pena riportare direttamente un estratto di un dialogo tra la Sfera e il protagonista, accompagnato dal soliloquio dell’It. Sono certa che non abbiate bisogno della mia guida per capire la profondità del gioco di Abbott… e riderci su!

[Parla la Sfera, a proposito di It] «Osserva quella miserabile creatura. Quel Punto è un Essere come noi, ma confinato nel baratro adimensionale. Egli stesso è tutto il suo Mondo, tutto il suo Universo; egli non può concepire altri fuor di se stesso: egli non conosce lunghezza, né larghezza, né altezza, poiché non ne ha esperienza; non ha cognizione nemmeno del numero Due; né ha un’idea della pluralità, poiché egli è in se stesso il suo Uno e il suo Tutto, essendo in realtà Niente. Eppure nota la sua soddisfazione totale (…)».

S’interruppe; e in quel momento dalla creaturina ronzante si levò un lieve ticchettio, basso e monotono ma distinto (…) e io ne distinsi queste parole: «Infinita beatitudine dell’esistenza! Esso è; e non c’è altro al di fuori di Esso». «Cosa vuol dire con “esso”» dissi io «quella piccola creatura?». «Vuol dire se stesso» disse la Sfera. «Non hai notato prima di ora che i bambini e le persone infantili, che non sanno distinguere fra se stessi e il mondo, parlano di sé alla Terza Persona? Ma taci». «Esso riempie ogni Spazio,» continuò la piccola Creatura nel suo soliloquio «e quello che Esso riempie, Esso è. Quello che Esso pensa, Esso lo dice; e quello che Esso dice, Esso lo ode; ed Esso è Pensatore, Parlatore, Ascoltatore, Pensiero, Parola, Audizione; è l’Uno, e tuttavia il Tutto nel Tutto. Ah, la felicità, ah, la felicità di Essere!» (…)

Al che, levando alta la voce, dissi al Punto così: «Silenzio, silenzio, Creatura spregevole! Tu ti chiami il Tutto nel Tutto, e invece sei il Nulla: il tuo cosiddetto Universo non è che un puntolino in una Linea, e una Linea non è che un’ombra in confronto a…» (…) e io non avevo ancora terminato che egli riprendeva il suo ritornello. «Ah, la gioia, ah, la gioia del Pensiero! Cosa non può Esso ottenere grazie al Pensiero! Il suo proprio Pensiero che a Se stesso si rivolge, insinuando il disprezzo di sé solo per esaltare la Sua felicità! Dolce ribellione suscitata per finire in trionfo! Ah, il divino potere creativo del Tutto nell’Uno! Ah, la gioia, la gioia di Essere».

«Vedi» disse il mio Maestro «quanto poco hanno potuto le tue parole. Nella misura in cui il Monarca riesce ad afferrarle, egli le accetta come sue (poiché è incapace di concepire altri all’infuori di se stesso) e si vanta della varietà del “Suo Pensiero” come di un esempio di Potere creativo. Lasciamo questo Dio dì Pointlandia al godimento ignorante della propria onnipresenza e onniscienza: niente che tu o io possiamo fare può scuoterlo dal compiacimento che prova di se stesso»

Alcune riflessioni…

  1. Come abbiamo visto a proposito delle donne e dei colori di Flatlandia, il linguaggio (nb: non intendo qui la lingua e basta, ma l’insieme di segni e azioni codificate da una società per far funzionare la comunicazione) non è mai ingenuo. Il linguaggio disegna confini netti: tra le cose, tra gli universi, ma anche tra persona e persona e tra la persona e la società che la rifiuta;
  2. Non esiste significante (forma) se non c’è il significato (contenuto). Che attenzione, non vuol dire che ogni cosa debba significare una realtà concreta. Se dico “unicorno”, sappiamo bene che non esiste ma sappiamo anche bene di cosa sto parlando. Ma se parlo di larghezza al Monarca che regna su una linea retta, il cui universo non conosce che una dimensione… beh. E naturalmente, più importante, non c’è comunicazione se non si è disposti ad ascoltare le ragioni dell’altro!
  3. Vorremmo far parte del mondo evoluto di Spacelandia, ma la comunicazione nel nostro universo somiglia molto più a quella di Pointlandia. Naturalmente, è la satira, dolcezza! Ma Abbott dà qui una lezione non indifferente riguardo i veri limiti della comunicazione umana (oggi trasposti anche al digitale): se diventa autoreferenziale, fallisce miseramente. La comunicazione -di qualsiasi tipo, e per qualsiasi scopo- deve includere l’Altro, sempre e comunque.

… e alcuni auspici per una buona comunicazione

Quello che auspico per il futuro è:

  1. Una comunicazione inclusiva, che unisce e non separa, che disegna ponti e strade e non confini;
  2. Che il Monarca di ogni linea Retta prenda in considerazione l’idea che esista una terza dimensione e preferisca avere due orecchie – per ascoltare – anziché due bocche per bla bla bla;
  3. Una comunicazione. Intendo basta monologhi, diamo “spazio” alle opportunità.

 



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