Testa o pancia? Spunti per la comunicazione ambientale

Testa o pancia? Spunti per la comunicazione ambientale
7 Condivisioni

In questo post di Wright! mi fa piacere condividere con voi il mio intervento in occasione di un aperitivo scientifico a proposito del cambiamento climatico, incentrato sulla comunicazione ambientale. Buona lettura!

 

Comunicare alla testa o alla pancia?

Quando si fa comunicazione, in generale, bisogna scegliere che tipo di approccio adottare. Poniamo il caso di dover svolgere un progetto di comunicazione a proposito del cambiamento climatico. La prima domanda da porsi è: colpisco alla testa o alla pancia?

Il video del National Geographic che mostrava un orso polare a un passo dalla morte per inedia, ha avuto l’indubbio merito di  aver colpito la coscienza di molti ed ha raggiunto un pubblico molto più ampio rispetto a altri approcci. Questo è un approccio di tipo emotivo, che va dritto alla pancia del target. Ma mi sono chiesta: se il cambiamento climatico riguarda l’orso bianco, davvero riguarda anche me? Probabilmente se il video fosse stato avulso dal contesto informativo non avrebbe avuto la stessa efficacia.

Una seconda scelta è quella di puntare su un approccio razionale, con condivisione di dati, grafici, report. Ad esempio, non tutti credono che le attività umane siano una delle cause principali del climate change, sebbene il consenso degli scienziati su questo punto è del 97,1%. Ora bisogna chiedersi: il dato matematico è sufficiente per un buon lavoro di comunicazione?

Nella comunicazione della scienza è fondamentale però la correttezza dell’informazione. Quello che va detto è ciò che la ricerca pone come evidenza… fino a quando altre ricerche non apriranno nuovi scenari. Il bello della scienza è che supera sempre se stessa. Il bello della comunicazione è, invece, trovare nuove strade e nuove chiavi per raccontare i fatti, cercando il giusto mix di testa e pancia.

Il criterio di prossimità nella comunicazione ambientale

Nella comunicazione, per essere efficaci, dobbiamo spesso affidarci al concetto di notiziabilità. Scegliere, cioè, una chiave di lettura che renda attraente un argomento per un pubblico target.

Un  esempio, ancora a proposito del cambiamento climatico. Si potrebbe scegliere un criterio di prossimità che definirei culturale. Un rapporto pubblicato il 19 marzo dalla World Bank, prevede che entro il 2050, ottantasei milioni di “profughi ambientali” si sposteranno nell’Africa sub-sahariana, 40 milioni in Asia meridionale e 17 milioni in America Latina, per un totale di oltre 140 milioni di profughi ambientali. Considerato quanto sia caldo il tema delle migrazioni, anche questo criterio potrebbe aiutare chi fa comunicazione sul cambiamento climatico a suscitare interesse nel pubblico.

Anche nella comunicazione ambientale è quindi utile raccontare i fatti seguendo un criterio di notiziabilità. Ed è sempre bene tenere a mente che c’è una tecnica che non passa mai di moda: la narrazione.

Caro, vecchio storytelling…

Chi si occupa di comunicazione, o chi ha un’azienda di qualsiasi tipo, ne sente parlare spesso: lo storytelling! È vero che il digitale ha dato una nuova spinta, ma siamo ancora di fronte alla più umana delle prerogative: quella di raccontare. Si dice infatti che l’uomo è animale narrante.

Per l’antropologia il ruolo del narratore nelle società ha aiutato a formarle, a plasmarle, a creare identità. Nulla di nuovo sotto il sole, quindi. La storia ci aiuta a entrare in empatia con i personaggi, a metterci nei loro panni. Per questo un racconto credibile, che suggerisca ed evochi sensazioni e sentimenti rispetto ai quali ciascuno può sentirsi coinvolto, rimane ancora oggi uno dei metodi comunicativi più efficaci.


Scopri di più sulla comunicazione della scienza visitando la pagina dedicata su Wright!

 



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *